Migliorare l’intelligenza emotiva per gestire l’ansia sul lavoro

November 21, 2019 Franco Gementi

A chi non è mai capitato di ricevere email o messaggi dal proprio capo contenenti la frase “Dobbiamo parlare”? Qualcuno si sarà sicuramente sentito a disagio e avrà pensato “Cosa mi sono dimenticato, che diavolo avrò combinato?”. Un senso di ansia si impossessa di noi e non ci abbandona finché non riusciamo a parlare con il diretto interessato, il capo, appunto. Il quale, il più delle volte, ci rassicurerà dicendo che non c’era nulla di sbagliato, che voleva solamente discutere di un argomento in modo più approfondito. È incredibile come possa viaggiare la nostra immaginazione. 

L’ansia è il lato oscuro dello stress. Diversamente dall’eustress - lo stress positivo, che può realmente guidarci e aiutarci nella concentrazione - l’ansia fa l’opposto. Quello che succede al nostro cervello quando siamo in ansia è chiamato dagli psicologi amygdala hijack: l’amygdala (la parte emotiva del cervello) prende il sopravvento sulla corteccia frontale (la parte logica del cervello) quando si tratta di rispondere allo stress.

Gestire l’ansia

Come fare, dunque a gestire l’ansia? Semplice: è necessario potenziare l’intelligenza emotiva. Innanzitutto, è fondamentale riconoscere la presenza dello stato di ansia e individuare le cause che la generano. Dopodiché, dobbiamo cercare di capire come contrastare le cause per fare in modo che la sensazione di ansia diventi meno frequente e non interferisca con il nostro lavoro - e con la nostra vita. 

Ognuno vive l’ansia in modo diverso

Per iniziare a comprendere i nostri stati di ansia sul posto di lavoro, la prima domanda da porsi è: cos’è che ci rende ansiosi? È un’ansia causata da una specifica richiesta da parte dei clienti? O si avverte maggiormente quando dobbiamo parlare con i nostri superiori? Può essere utile fare una lista per cercare schemi ricorrenti.

Per la maggior parte delle persone, la causa che porta a un completo stato di ansia si può identificare in un’unica e ricorrente domanda: “Qualcuno sta dubitando delle mie competenze?” Come spiegato più sopra, quando il capo scrive “Dobbiamo parlare”, a molti viene da pensare che stia avendo dubbi sulle nostre capacità. Altre domande che possono creare questa sensazione sono: “Non sono considerato? Non sono importante?” - ma la domanda è diversa da persona a persona. 

Questo processo di riconoscimento della propria personale domanda ricorrente deriva dal lavoro del dottor Taibi Kahler, ideatore del modello dei Processi Comunicativi, che permette di comprendere la comunicazione in modo più efficace incoraggiando l’autoriflessione, l’empatia e la risoluzione dei conflitti. 

Una volta riconosciuto il nostro schema ricorrente, è necessario riconoscere il nostro comportamento e iniziare a cambiarlo.

1. Attaccare: l’ansia può portare le persone a perdere il controllo e diventare aggressive. Gli attacchi possono avere varie forme, da un insulto a un’occhiataccia durante una riunione. Anziché dire “Non sai di cosa stai parlando”, proviamo a dire: “Non capisco cosa intendi. Puoi spiegarti meglio?”.

2. Trovare il colpevole: altra reazione diffusa quando ci si sente stretti dall’ansia è lasciare che l’istinto di sopravvivenza prenda il sopravvento e cercare qualcuno a cui addossare la colpa. Dare la colpa a qualcuno/qualcosa indica la ricerca di un locus di controllo esterno (per sentirsi in balia di fattori indipendenti da noi). 

Porre fine al gioco delle colpe significa passare a un locus di controllo interno. Non è così difficile iniziare. Per esempio, troviamo una cosa che avremmo potuto fare per evitare o migliorare la situazione. Seguire questa linea di pensiero non solo ci impedisce di incolpare terzi ma, allo stesso tempo, allena la nostra corteccia frontale a trovare metodi di valutazione migliori e più logici in future situazioni.

3. Mettere il broncio: anziché cercare una soluzione al problema, alcune persone gestiscono lo stato d’ansia chiudendosi a riccio e diventando apatici. In questo caso può essere difficile ricevere feedback su questo comportamento perché è un segnale di sofferenza poco visibile dall’esterno.

Se la risposta all’ansia è mettere il broncio, è consigliabile trovare il modo di allontanarsi dal lavoro, anche brevemente, e provare a raccogliere le energie, ad esempio facendo un po’ di movimento o parlando con un amico.  

Fare pratica

Le uniche persone che possono liberarci dal nostro stato d’ansia siamo noi. È un esercizio che richiede tempo e autoriflessione. Chiedere feedback ai nostri superiori e colleghi su come stiamo gestendo l’ansia può essere uno strumento prezioso per mitigarne l’impatto sul lavoro. Se non dovesse bastare, ci sono tante piccole pratiche che è possibile seguire ogni giorno come, ad esempio, scollegarsi dai dispositivi tecnologici.

Essere capaci di comprendere noi stessi in un mondo del lavoro in continuo mutamento (per quanto banale possa sembrare) è davvero importante. Lavorare su chi siamo, su cosa innesca e guida le nostre reazioni può aiutarci a migliorare la nostra intelligenza emotiva sul lavoro, rendendoci dei dipendenti, colleghi e leader migliori, indipendentemente dall’azienda o dal ruolo. 

Informazioni sull'autore

Franco Gementi

Franco has deep experience in the Human Resources field, in particular on administrative management processes (in-sourcing and outsourcing) and human resources development, with particular attention to the evaluation of the employee's potential and career development and various aspects related to rewarding policies and training and development. Along the entire evolutionary path, from home made solutions to the current cloud in Human Resources.

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